Burnout: Paradiso un cazzo!

Così, visto che vi piace scoparvi le vecchie e che c’è grande entusiasmo intorno alla remaster di Burnout, io rilancio con la mia recensione dell’epoca apparsa su Babel n°04. Firmo ancora tutto con il sangue perché, ma questo non potevo saperlo, sono convinto che Burnout Paradise sia stata la tomba dei giochi di guida arcade e non il suo punto più alto.

Burnout: Paradiso un cazzo!
Chi lascia la strada vecchia per quella nuova…c’ha le corna. Non è poi tanto difficile immaginare la fatale riunione che ha partorito questo inusuale seguito. Con tanta voglia di fare i fighi e le bandiere rosse al cielo per gridare rivoluzione, Criterion sgombera il campo dalle accuse di immobilismo e reinventa il suo Burnout. In questo pazzo mondo dell’intrattenimento c’è chi lo definirebbe coraggio, io lo guardo in faccia e lo sputo negli occhi perché non si è solo coraggiosi a lanciarsi contro un muro a centoventimila chilometri orari. Si è pure stronzi.

Il primo giro è una ventata di’aria fresca. Ora scegli la macchinina, ora vai dal carrozziere, ora raccogli punti al benzinaio. L’ingresso al paradiso è come una giornata di merda, ma con più incidenti. Ma c’è un mondo di semafori là fuori e, se ognuno è divertimento, poco importa se non c’è modo di ricapitare in fretta per lo stesso. Tra il disperso e il disperato, il giocatore cerca di montare i pezzi della prima boccata, perché è certo che lo smarrimento diverrà sicurezza e il disagio solo un brutto ricordo. Tra un milione di modalità e cento miliardi di cancelli, cartelloni e salti volanti, però, un uomo saggio sa già intuire dove finisce il mare e trema spaventato.

Burnout Paradise è come la Nutella sui fiori di zucca fritti: sembra buono all’inizio ma poi ha effetti collaterali. Al secondo giro, incastrati su una ferrovia che non lascia via d’uscita, i dubbi si son fatti difetti. Primo: è inumano ed amorale chiedere orientamento a chi sta evitando il traffico, contromano e a quinta inserita. E infatti in Paradise si sbatte, come prima e più di prima, cercando di arrivare a destinazione più che di vincere una gara. Secondo: è folle chiedere di raggiungere la partenza sulle proprie zampe, soprattutto se, per fare lo sborone, hai pensato ad un centro pulsante di vita e ad una montagna buona solo per le vacche. Terzo, e pure mi incazzo: non ha senso sostituire la maschia caccia al takedown con l’innocua e mortificante collezione di sfide di squadra. Quarto, e non ci si crede: ma come diavolo gli è saltato in mente di eliminare i tattici maestosi incidenti simil flipper? Tra un salto in compagnia e un cartello da spiegare, il saggio somma il bene e sottrae il male e si ritrova in rosso con più di un conto da pagare.

Il terzo giro nella ricca e graficamente maestosa Paradise City non ha un futuro perché le palle si sono fatte quadrate e la nostalgia ha già preso il sopravvento. Offline manca la sfida. A pareggiare le difficoltà di un mondo troppo vasto e complesso, Crtierion ha strategicamente rincoglionito gli avversari fino a renderli partecipanti senza pretese. L’effetto tira e molla, come prima ma più di prima, trasforma quindi la competizione in una ragionata e poco frenetica caccia all’ultimo sprint. Una passeggiata amichevole fino all’ultimo miglio, quello dove sorpassare tutti per guadagnare un gettone. Online manca la guerra, con metà degli amici persi a bestemmiare e l’altra metà assuefatta dalla raccolta di diabolici cancelli. Quello che importa è che, gare vere e proprie alla mano, l’incontro è raro, occasionale e quasi mai gustoso.
Il saggio sono io e quando conto pregi e difetti dell’ultimo takedown, non trovo nulla da raccontare alla famiglia. Tutto quello che in Paradise è nuovo, è pure la brutta copia dei fasti del passato. Tutto quello che in Paradise è vecchio o quasi, invece, è stato privato del piacere malato di un’esperienza mordi e fuggi. Come aggiungere le coccole al sesso a pagamento, senza un orgasmo e più caro però.

C’è del divertimento sottopelle, ed è per questo che la critica si fa tanto feroce. Peggio veder sprecata della buona meraviglia che lasciar morire ignobile nullità. La furia stradale non ha perso colpi, qualche gara ha ancora un buon sapore e di ciccia ce ne sarebbe abbastanza per accontentare un Homer Simpsons. Ma manca il maiale, quello buono, e manca la birra, quella buona, abbastanza per gridare allo scandalo.

Voto: 6

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