Diversamente Giapponesi: Diario di un viaggio!

Originariamente pubblicato su Parliamo di Videogiochi, ho scoperto solo oggi che i collegamenti a questo diario sono andati persi nel vento. In realtà Simone Bocedi me l’aveva fatto notare da un pezzo ma non c’avevo voglia, oggi sì e oggi faccio cose. Lo ripiazzo pure su questo blog (poi lo troverete insieme con il reportage video cliccando su “Giappone” in alto nella homepage) perché ci siamo divertiti nel lontano non mi ricordo e rimarrà per sempre un’esperienza indimenticabile della mia vita e perché faceva ridere che sempre un talentuoso scrittore di successo sono io, non scordatelo mai. E poi questo sempre vitoiuvara.com si chiama eh, mica pippacalzetta.soreta, ci sta che ci pubblico i miei diari no? Tutte le foto le ho cestinate qualche settimana fa (sono un uomo che non vive di ricordi), me ne faccio prestare qualcuna dagli altri e coloro un attimo questo posto.

Protagonisti:
Luca “il fumatore”
Vito “l’urlatore”
Tommaso “il paparino”
Simone “il figa”

1 – IL GRANDE VIAGGIO
Arriva un momento, nella vita di ogni uomo, nel quale si deve prendere e partire per il Giappone. Solo che io ci sono andato due volte e te, probabilmente, sei rimasto a casa. Non fare così, non ti buttare giù, ti vogliamo tutti bene lo stesso, pure se il massimo che puoi permetterti è quattro giorni a Ventotene.

La partenza non è delle migliori. Arrivati io e Luca con due ore di anticipo all’aeroporto di Fiumicino, infatti, scopriamo che l’Alitalia ha deciso di partire con qualche minuto di ritardo. Ma non per qualche motivo particolare, solo per far incazzare i passeggeri che hai visto mai rimangano contenti del servizio. Quei minuti diventano poi un’ora e mezza a causa di circostanze che la compagnia aerea definirà estranee alle sue responsabilità. Tipo che avevano venduto gli stessi biglietti due volte. E che sarà mai, penserete voi, ma tutto è meno facile quando a contendersi gli stessi posti sono una comitiva di israeliani e una di palestinesi. Le contrattazioni di pace si sono quindi protratte per almeno quaranta minuti nella prima classe dell’aereo (circa 160 anni per uno che è seduto in una poltroncina economy) e la crisi è stata risolta con una rotazione continua ed esasperante di tutti gli altri passeggeri per buoni altri 20 minuti.

Qualche fortunato è finito in prima classe senza sovrapprezzo, qualche poveretto è stato confinato in postazioni senza tv per tutto il viaggio. Il secondo problema, anche questo non prevedibile, era la presenza a bordo di un camion di vecchi rincoglioniti disabili (ok, definizione di cattivo gusto, ma erano vecchi, erano rincoglioniti ed erano disabili, non è mica colpa mia) che bisognavano di cure e attenzioni continue. Una, probabilmente la meno rincoglionita di tutte, incrociava la gambe e impediva ad un ragazzo italiano di prendere posto. Perché, ma questo lo abbiamo capito tutti dopo 30 minuti di surreali dialoghi tra lei e le hostess, voleva due posti per allungarsi e dormire a piacimento. E grazie al cazzo stupida stronza, io ho le ginocchia sotto il mento e te vuoi una suite? Comunque, più per sfinimento dell’equipaggio che per cortesia, le viene concesso di fare il cazzo che le pare. Il ritardo a questo punto è mostruoso, ma si riesce a partire. E come non dimenticare quei cannelloni verdi serviti durante il viaggio? Schifo non facevano, ma solo perché sapevano del nulla cosmico.

Per fortuna l’arrivo è altrettanto problematico. Mentre Tommaso atterrava a Narita giusto mezz’ora prima di noi senza grossissimi problemi (oltre al rischio di schiantarsi al suolo dico), noi ci imbattiamo in un vento assassino che costringe l’aereo a rimandare l’atterraggio. Sto respirando lentamente in una busta di carta (quella delle emergenze) pronto a dare il meglio di me quando scopro che l’aeroporto di Narita è stato chiuso e che l’aereo si sta dirigendo ad Osaka. Ma non un Osaka vicino a Narita, un Osaka dall’altra parte del Giappone.

Bella lì. Fortuna che, dopo tutti questi inconvenienti, i problemi erano appena cominciati. Ad Osaka, promettendoci di ripartire in fretta, ci tengono tre ore dentro l’aereo. Dopo questo tempo infinito e un paio di film di Clooney, veniamo finalmente invitati a scendere. Ah no, scherzetto, siamo spiacenti ma non eravate previsti e vi tocca aspettare ancora. Segue pratica passaporti con ricca fila per impronte digitali, riconoscimento facciale e canzoni di Gigi D’Alessio. Ci regalano un buono di 1000 yen per mangiare e ci invitano a prendere gratis il primo aereo disponibile per Tokyo. Primo volo disponibile non prima di sei ore così optiamo per un comodo viaggio in treno di 4 ore. Ah, il buono da 1000 yen non se lo prende nessun negozio dell’aeroporto, maledetti razzisti e truffatori giapponesi.

Siamo sfiniti. Mentre aspettiamo il treno, Luca fuma il primo pacchetto di sigarette giapponesi senza mai uscire dalla riga gialla della zona fumatori. Apro un paio di parentesi, ma non è detto che siano gratis per voi. La prima: in Giappone il fumo è vietato quasi ovunque. Come da noi, parrebbe, ma il problema non è affatto il rischio di tumori, l’unico pericolo che i giapponesi vogliono evitare è la presenza di cicche a terra. Quindi all’aperto puoi fumare solo ogni 12

km, in una gabbia e con intorno gente che ti deride, nei locali puoi appestare chiunque. La seconda: Luca non è un fumatore comune. Fosse per lui le sigarette dovrebbero essere cariche d’ossigeno e l’atmosfera di nicotina. Fosse per lui un viaggio in Giappone sarebbe perfetto pure senza Giappone se ci fossero abbastanza stecche di Benson One. Fosse stato per lui staremmo ancora scattando foto a posacenere tipici del luogo.

Siamo più che sfiniti quando finalmente arriviamo a Tokyo. Tommaso e Simone, lo scopro dai rumori di sottofondo della telefonata, sono in qualche locale di troie ad ubriacarsi e dobbiamo trovarci da soli il nostro hotel. Sfodero il mio miglior inglese e in pochi minuti ottengo una mappa disegnata da un tassista (visibilmente ubriaco pure), un’indicazione alla cazzo che in Giappone è più educato rispondere male che non rispondere affatto e un operaio schiavo che direttamente ci accompagna a destinazione. Lode a lui. Primo giorno, ventisette ore di viaggio totali, incontriamo gli altri due, andiamo a dormire.

2 – IL GRANDE TOUR
L’organizzazione del viaggio, questo va detto, si è protratta per mesi (abbiamo prenotato i voli a settembre) ed è stata il frutto di un grosso lavoro di team: Tommaso sceglieva le attrazioni e prenotava gli alberghi, Simone si preoccupava di procurarsi gente del posto, io leggevo quello che facevano gli altri due senza disturbare, Luca fumava sigarette. Il primo giorno a Tokyo, proprio grazie alle conoscenze di Simone, prevedeva un tour del divertimento con varie tappe in compagnia di un messicano, Andreas, della sua moglie giapponese, di qualche finlandese, di un ragazzo del Bangladesh e di una ragazza finlandese. Avete presente tutte quelle storie sulle nordiche tutte bionde, disponili e bellissime?

Ecco, questa era bionda, non dubito che sarebbe stata disponibile, ma è quanto di più vicino ad un cassonetto io abbia visto in dieci giorni in Giappone. Così brutta che in Finlandia nevica solo per cercare di ricoprirla. Ci alziamo presto per non fare la solita figura degli italiani ritardatari e siamo in perfetto orario quando ci sediamo per fare una veloce colazione a base di uova, cinghiale, caffè e torta nuziale. Il ritardo, comunque, non è neanche epocale. La prima tappa del tour prevede un lungo picnic sotto gli alberi di ciliegio, un’esperienza quasi poetica se non fosse per il miliardo di persone che si ubriacano e festeggiano di fianco a noi.

Hitomi, non sono neanche sicuro si chiamasse così, si era raccomandata di arrivare muniti di snack per il pranzo e noi, per fare le cose per bene, decidiamo di rimandare l’acquisto all’ultimo momento. Per fare bella figura, prendiamo un vassoio gigante di cose colorate e di bell’aspetto. Il chiasso, l’aria festosa, il tempo di merda, la fila di sette ore per andare in bagno e la pessima musica di sottofondo non riescono a rovinare un’esperienza comunque indimenticabile. I ciliegi fanno la loro porca figura e il clima da sagra di paese è difficile da raccontare. Purtroppo, nonostante tutti ci facciano moine e complimenti per il nostro vassoio, nessuno si azzarda a toccarlo. Lo proviamo noi, indispettiti e offesi, e capiamo che le sardine in agro dolce non sono buone nemmeno in Giappone. Dopo qualche ora di chiacchiere, birra e allegria, scatta la passeggiata.

Simone avvista qualche giapponese con un pallone e, un attimo dopo, lancia la sfida contro il resto del mondo. Pure Tommaso accetterebbe, ma proprio non riesce a capire quale sia il pallone. La sfida non viene raccolta, ma uno dei piccoli gialli ci presta il pallone e si mette a rincorrerlo. Pensiamo tutti al torello, tranne Tommaso che neanche sa cosa sia, e ci passiamo la palla tra di noi. Quando lo gnomo intercetta, cosa che accade presto visto la qualità del nostro soccer, il tizio continua a rincorrere il pallone. Dopo 20 minuti ci stufiamo di farlo correre in tondo come uno scemo e decidiamo di restituirgli pallone e dignità. La pioggia ci risparmia e noi siamo pronti per raggiungere il karaoke. Sulla strada incontriamo alcune ragazze pronte a farsi fotografare per la gioia degli occidentali. Una è vestita da porno segretaria, una da cameriera, una da meccanico (eh, valle a capire) e non manca una cicciona vestita da panettone bauli.

Prendiamo tre taxi, nel mio ci sono i finlandesi e Hannam, il tizio de Bangladesh che fa cose difficilissime che sa fare solo lui per la Nokia. Lo so non perché ne fossi interessato, ma perché comincia ad attaccarmi un pippone in inglese e mi racconta un po’ tutto della sua vita, del suo lavoro, della sua famiglia, di sua cugina Elisabetta, dei suoi grandi amici napoletani che lo fanno divertire e di altre millemila cose che grazie a Dio non capisco. Neanche il tempo di metterci seduti, però, che spunta una bottiglia di vodka finlandese sul tavolo. Hannam fa giusto in tempo ad annusarla prima di cadere in uno stato tra il malato di mente e il tossico eroinomane. Diventa verde, si muove in modo poco salutare, non riesce a cantare e sta chiaramente morendo quando si allontana dalla stanza. Frega un cazzo a nessuno di lui e lo lasciamo fare senza preoccupazioni. Solo dopo 40 minuti, però, una cameriera del locale ce lo riconsegna a domicilio: “Non è mica vostro questo vero?” Sulle prime fingiamo pure di non conoscerlo, ma Andreas, che brillo ha già cominciato ad insultare tutti per simpatia, lo accetta impietosito.

Al gruppo si è unita la sorella di Hitomi che, tra Oasis, Metallari e Modugno, infila di tanto in tanto qualche canzone neopopolare giapponese. Una roba talmente lagnosa e deprimente che siamo stati costretti a gettarci birra nelle mutande per far ubriacare i testicoli. L’oretta passa veloce, ma è già tempo della terza tappa: cena totale globale con birra e sakè a volontà.

Vi ricordate di Hannam? Più o meno a questo punto della serata vuole uccidersi e ci racconta della tristezza della sua vita. Siamo così commossi che proviamo a parcheggiarlo in un altro tavolo. Anche in questo caso, però, le cameriere passeranno la serata a riportarcelo indietro. Solo dopo un paio d’ore smetterà di bere e di parlare per dedicarsi completamente al corpo di Simone.

La cena è gradevole, il bere infinito, Luca si infila nel bagno delle donne ed è talmente fuori che nessuna delle presenti se la sente di contraddirlo. Andreas, fuso anche lui, continua ad ordinarci di cambiare tavolo per parlare e conoscere tutti. Il risultato è efficace in quel senso, ma finiamo col mangiare senza badare al proprio piatto o al proprio bicchiere. Io, che sono un po’ schizzinoso, appena mi siedo ordino una nuova bottiglia di sakè che puntualmente non faccio in tempo a bere. Simone, per gentilezza più che altro, prova a consigliare un buon dentista alla sorella di Hitomi scatenando l’ira di Tommaso. Perché la tizia non capiva un cazzo d’inglese, ma magari a livello neurale si offendeva per la parola “dentista”.

Ma Tommaso in fondo è un buono, oltre che una brutta persona piena di odio, e perdonerà comunque Simone. Gli piscerà nelle scarpe almeno due volte poi, ma perdonandolo. Non so bene come finiamo in una sala giochi a mangiare snack al formaggio. Chiudiamo con una serie di quelle foto minuscole che piacciono solo ai giapponesi e ai quattordicenni. Per la modica cifra di 700 €, tanto mi costerà lasciare un’applicazione aperta dell’iPhone, scopriamo i risultati della serie A. Andiamo a dormire.

3 – IL GRANDE BUDDHA
Mi alzo presto per evitare la colazione a base di cioccolatini e nicotina di Luca. I cioccolatini, spiego per i non tossici, servono a coprire il saporaccio delle sigarette. Le sigarette servono a procurarsi quel saporaccio. Nel nostro Ryokan c’è un bel bagno comune, di quelli tipici con vasca gigante e sgabelli. Più tardi sarà il turno di Luca, che prima proverà ad intrufolarsi in quello delle signore (e due…). Più tardi ancora toccherà a Tommaso e Simone che si infileranno in due, nudi, in una vasca molto molto piccola. Hanno ragazze finlandesi, gli piace la figa, ma la vasca era molto, molto piccola.

Prima di procedere per Kamakura, è bene che sappiate un altro paio di cose sul nostro viaggio. Innanzitutto va presentato con più calma il personaggio di Simone. Espertissimo viaggiatore e parlatore di lingue, sarà lui a condurci attraverso questo popolo che, per sport, non capisce mai un cazzo di quello che dici. Più importante, però, è sapere del suo sito work in progress (link sito) dedicato a chi non riesce a fottere. Il suo programma, composto da un numero esagerato di regole 7 e 51, è capace di trasformare l’uomo che vuole cambiare in una vera macchina del sesso. Basta crederci, pagare il giusto, per infilare il proprio arnese in ogni comodino del mondo. Per fare un esempio che vi vedo lenti a comprendere, la regola più importante è “comportarsi come se a casa ci fossero quindici donne ad aspettarvi”. Ma non per davvero, che quando son tornato mi aspettava solo il porno, più a livello mentale. In ogni caso consiglio a tutti l’iBocia, applicazione di risposte e orientamento per iphone.

Altra cosa importante da sapere è il nostro rapporto con i pasti. Abbiamo mantenuto quasi sempre la tradizione del colazione/pranzo/cena, ma spesso disposte a caso nell’arco della giornata e in orari del tutto casuali. Capitava quindi di fare una ricca colazione alle 11 e di pranzare alle 12. Oppure di pranzare alle 17 e cenare alle 19. Oppure di fare colazione alle 21, pranzare alle 14 e di cenare alle 8. Tanto in Giappone qualcuno che sta mangiato peperonata di cozze lo trovi a qualsiasi ora, non se ne accorge nessuno.

L’albergatore di Kamakura ci accoglie a braccia aperte… nel parcheggio. Che son tutti gentili sti giapponesi, ma i soldi li vogliono sempre anticipati. Kamakura è un posto di mare e, come tutte le località di mare, è una chiavica quando il tempo è brutto. Ma è Pasqua, i ciliegi sono in fiore (92 km di passeggiata sotto gli alberi) e nel primo tempio ti becchiamo pure un matrimonio tradizionale di ricconi.

Entriamo per mangiare qualcosa e una signora non solo non ci guarda in faccia, non solo non si mette a ringraziarci 1000 volte come conviene, non solo non si sente in colpa per non avere posti liberi, ma addirittura ci indica di levarci dai coglioni. E in Giappone non lo conoscono un gesto simile, sono troppo gentili e non gli è mai servito negli ultimi mille anni, così lo inventa sul momento la stronza. Delusi e sconvolti lasciamo il locale e finiamo in un tempio con il logo della triforza e la spada di Hyrule nel cimitero adiacente, poi passatina dal Grande Buddha di 13 metri e infine facciamo merenda in un locale hippie sulla spiaggia. Un posto con solo cibo macrobiotico, zucchero trattato con rispetto, il solito tè inbevibile e, se proprio li chiedevi, degli ottimi biscotti di balena. Appena terminata la merenda, sazi a sufficienza, ci mettiamo quindi in cerca di un locale per cenare. Simone, però, si accorge di essersi dimenticato la macchina fotografica. Comincia a correre in direzione del locale quando un motorino lo raggiunge per restituirgliela. Esatto, non solo nessuno l’aveva rubata, non solo qualcuno si era preso la briga di metterla da parte, ma il proprietario era montato in sella al suo scooter e, forse alla cieca, aveva cominciato a cercarci per tutto il Giappone. Sono esperienze che ti fanno riflettere, che in Italia dopo 4 minuti ne avrebbero già rivenduto gli organi. Troviamo un mosto molto tipico con i sassi nel lavandino del bagno e il padrone con i baffoni. Gli chiediamo, in una lingua che lui certo non capisce, di portarci da mangiare fino a raggiungere i 10.000 yen.

Durante la cena, però, io e Luca cominciamo a discutere animatamente di cellerini e torte alla mimosa. Tanto animatamente da spaventare gli altri clienti del locale e da costringere i tizi a fermare le provvigioni intorno agli 8000 yen.

Dovete sapere, infatti, che il mio impianto audio interno tende a non funzionare sempre alla perfezione. Quando discuto, insomma, non mi accorgo di urlare come una vergine a cui stanno strappando via la carta di credito. Nei giorni successivi proveremo a risolvere la cosa con una terapia a base di pugni di Tommaso. Terminiamo la giornata con una birra. Andiamo a dormire.

4 – LA GRANDE KYOTO
Kyoto è davvero una città bellissima. Più tradizionale, più storica, con meno pazzi di Tokyo e persino più spirituale. I ciliegi, che non fanno ciliegie scopriamo, ci hanno già frantumato le palle, ma restano molto belli da vedere. Parcheggiati i bagagli, che la stanza non ce la da mai nessuno prima delle 16, ci facciamo consigliare un ristorantino per il pranzo. Il posto è molto tipico, con le stanzine piccole piccole che in quattro non c’è nemmeno abbastanza ossigeno per tutti.

Fortunatamente Luca non ne respira e, al contrario, ne produce per noi quando si mette a fumare nel nostro metro quadrato. Una sorta di fotosintesi clorofilliana, solo più puzzolente e fastidiosa. Ci facciamo una passeggiata lungofiume e finiamo a mangiare una torta in pieno centro. Simone, sempre per gentilezza, chiede alla commessa se vuole vedere il suo hotel e Tommaso lo mette in punizione. Ma Tommaso è anche una brava persona dietro quell’aspetto burbero da infame pericoloso, e lo perdonerà anche stavolta. Usciti di lì entriamo nella nostra prima sala giochi giapponese. Troviamo un Tetris gigante, un clone di Time Crisis e, soprattutto, il gioco di palline. Il cabinato è grande quanto un’intera palazzina giapponese e lo scopo del gioco è quello di tirare palline di gomma contro il monitor. Oh, fico. Sembriamo quattro deficienti, ma fico. La notte è ancora giovane, pure per noi che di media andiamo a dormire alle undici e mezza, così proviamo a visitare il quartiere delle geishe. Il posto è effettivamente molto bello, ma di geishe non ne vediamo neanche per sbaglio. Almeno finché non ci ritroviamo in un piazzale meraviglioso con ciliegi illuminati dal calore della luna a pagare 7 € una lattina di birra. E che ti metti a fare il pezzente in Giappone?

Il posto è sinceramente bellissimo e mentre Simone attacca bottone con una tipa (rischiando di farsi uccidere dal suo ragazzo), Luca rimorchia un vecchio ubriacone in cerca di una relazione stabile. Anche il ritorno è tutta una poesia, con un fiumiciattolo a indicarci la via di casa. Vorremmo attraversarlo, in realtà, ma Tommaso non ci da il permesso e ce ne andiamo tristemente a dormire.

Il giorno successivo siamo ancora a Kyoto, ma in un albergo diverso. Uno dall’altra parte della città, senza wi-fi, senza bagno pubblico, con una vecchia che non parla inglese e con coprifuoco alle 23:30. Eh, mica è stata proprio perfetta l’organizzazione. Ce ne andiamo al Nijo Palace. Questo palazzo, oltre che per i bellissimi giardini di contorno, è interessante perché dotato del primo sistema di antifurto della storia. Camminando sul parquet, infatti, parte un rumore tipico di uccello in calore. Le guardie del palazzo, udendo questo melodioso canto, potevano sapere della presenza di estranei. Solo che a volte l’intruso si travestiva da uccello e nessuno si accorgeva di lui. Molto bello, ma camminare scalzi con il freddo porco che faceva, non è stato granché utile per i nostri piedi. Usciamo e Simone si mette a contrattare con i tassisti per raggiungere la via dei filosofi. Il primo, dopo un’accesa discussione, ci fa un prezzo onestissimo, poi ci invita a prendere quello dietro di lui. Lo stesso fa il secondo, prima contratta per ore e poi ci avverte di non essere disponibile. Il quarto, impietosito, ci porta invece a destinazione. Narra la leggenda di questo ragazzino che tutte le mattine camminava un sacco per andare a scuola e, siccome non passava mai la metro e non aveva un DS, finì col diventare un filosofo. Gli altri filosofi, che danno il nome alla via, sono i suoi due testicoli sfracellati da tanto camminare. Ce la facciamo tutta tra milioni di foto e negozi di souvenir. Perché, questo ancora non l’ho detto, Luca e Simone sono dei grandi compratori di minchiate assortite. Camminando camminando siamo in ritardo per l’appuntamento con alcuni amici di Simone.

Che poi non li conosce nemmeno lui, ma sono abbastanza giapponesi da tornarci utili. Il terzetto è composto da un’amica di Hitomi e da due giovinotti. Ci portano nel Ninja Restaurant, un posticino molto provinciale con gente travestita da ninja che si lancia a terra e da cazzotti sulle porte invece di aprirle. Il locale è costruito come un’immensa grotta e sarebbe quasi credibile se, ad un certo punto della serata, non si presentasse da noi il mago Silvan a fare giochi di carte. Ma davvero, noi credevamo che i ninja fossero figure quasi epiche e invece loro erano tutti preoccupati a far comparire gamberetti sul tavolo. La conversazione tra di noi non è delle più semplici: qualcuno parla inglese e non capisce il giapponese, qualcuno capisce l’inglese ma parla solo italiano, altri parlano inglese ma sarebbe meglio parlassero altre lingue. In questo marasma di incomprensioni e idiozie, Simone propone qualche gioco. Il primo è di memoria, il secondo finisce con lui che mette cioccolatini in bocca alla tizia. Anche questa serata finisce in sala giochi, con gente che suona chitarre, batterie e balla sui tappetini. È decisamente ora di andare a dormire.

5 – IL GRANDE CASTELLO
In ogni stanza di ogni albergo che abbiamo frequentato in Giappone (tranne uno, ma ve ne parlerò in seguito) abbiamo trovato ad aspettarci uno yukata. Lo yukata altro non è che un accappatoio travestito da kimono. Una roba insulsa, magari utile, ma persino meno costoso delle saponette. Per Luca e Simone ottenerne uno è diventata, nel corso ei giorni, una vera e propria missione di vita. Avendo Tommaso proibito a tutti di rubarne, Luca si decide a chiederlo con educazione.

Con il suo inglese che fermati, quindi, si avvicina alla vecchia dell’hotel e spiega le sue intenzioni. La vecchia ascolta con attenzione, quasi sembra capirlo, poi gli offre un depliant per affittare biciclette. Simone, il più abile comunicatore tra di noi, suggerisce a Luca un approccio più didascalico. Consiglia a Luca di tornare in camera a prendere uno yukata e di mostrarlo alla signora in compagnia di qualche banconota. Come nei rebus, a livello visivo avrebbe dovuto funzionare.

Ma la tizia, come da tradizione giapponese, non capisce una mazza e, preso lo yukata tra le mani, se ne scappa in uno sgabuzzino. Facciamo un giretto sulla torre di Kyoto, giusto per buttare qualche yen di troppo, e finalmente partiamo per Himeji.

Il Washington Plaza è l’unico albergo del nostro viaggio con letti veri e materassi.Per sbaglio (almeno credo, quei due si sono fatti il bagno nudi insieme) ci hanno riservato due stanze matrimoniali. Ottengo la sostituzione con fare deciso e maschia virilità. In realtà lo chiedo solo gentilmente, ma fa più effetto detta così.

Himeji non ha molto da offrire se non un castello meraviglioso che nessuno ha mai espugnato. E da fuori il castello è davvero notevole. Dopo una fila di tre ore, però, scopriamo che l’interno non è altrettanto bello. Solo che quando sei dentro non puoi scappare e le successive due ore le passiamo a salire e scendere per delle scale a chiocciola d’epoca. Un’esperienza pure faticosa, a dire il vero, ma che storpi e novantenni giapponesi affrontano con scioltezza. Usciamo dal

meraviglioso castello convinti che non sia stato mai assaltato perché al cinema davano sempre qualcosa di meglio da vedere. Non contenti, ci imbuchiamo in un’altra fila per vedere un corridoio di 700 km. In fondo a questo corridoio, infatti, un vecchio shogun rinchiudeva la figlia tutto il giorno per, suppongo, impedirle di collezionare fava. Un po’ delusi ci dividiamo: Tommaso se ne va a dormire un po’, io mi infilo in un internet point e Simone e Luca vanno a comprare canottiere e mutande in un oviesse del posto. Sembro poco credibile, lo so che anche noi le abbiamo le canottiere, ma quei due son fatti così. L’internet point è un posto molto carino. Si beve a volontà, si può ordinare del cibo e si può

persino giocare con la PlayStation 2 Probabilmente i locali lo usano per masturbarsi e basta, ma cerco di non pensarci. Mi restano dieci minuti prima di ricongiungermi con gli altri quindi, come farebbe qualsiasi uomo attorniato da donne provocanti in short, mi infilo in un negozio di videogiochi. Che sono un professionista vero io, mica un ciarlatano. All’interno, infatti, mi metto a riprendere vagine di plastica nell’angolo riservato al porno, ma solo per cultura e arricchimento personale.

Dopo una lunga sessione di shopping compulsivo di Simone e Luca, nella quale io e Tommaso restiamo affascinati dal kitkat al tè verde, decidiamo di mangiare carne di kobe. Perché quando non sappiamo cosa fare, in questo viaggio, è il momento di andare a mangiare. La carne di kobe, che per inciso è squisita, è la carne di una mucca allevata con birra e grattini sulla schiena. Che alla fine vieni sempre macellata, per carità, ma è comunque meglio di finire tinta di viola a fare le pubblicità per la cioccolata. Anche questo locale è molto tipico, ci portano una griglia e la carne possiamo cucinarcela da soli. Tipico, non c’è dubbio, ma pure un filino paraculo. Siamo ancora ricchi di energia e decido di offrire un’ultima birra alla compagnia. Troviamo un pub con una cicciona alla cassa e ordiniamo da bere con garbo e educazione. Ci portano il tipico stuzzichino giapponese, alghe nere e piselli, che noi mangiamo per educazione nonostante faccia moderatamente schifo. Solo che la cicciona ce li mette sul conto, insieme ad un’altra non meglio precisata voce. Proviamo a spiegare in inglese che li mortacci loro, ma non capiscono e ci rassegniamo. Per ferirli nel profondo, però, gli lascio 15 yen di mancia che in Giappone è offensivo lasciare mance. Io non perdono giappi, staranno ancora piangendo. Alla stazione scopriamo di doverci svegliare alle 5 la mattina successiva. Metto la sveglia, andiamo a dormire.

6 – LA GRANDE PAURA
La sveglia dell’iphone non funziona. Ma non perché io abbia sbagliato a regolarla, è lei che non capisce le cose. Ci vogliono 5 ore di treni e tre colazioni per arrivare a Nikko. Il tempo che troviamo è bruttino e fa pure discretamente freddo. Nikko se ne sta bella nascosta in montagna e l’albergo, stavolta, non è nemmeno nei paraggi della stazione. Mangiamo qualcosa in compagnia di uno che risucchia il brodo come una vecchia senza dentiera e cominciamo a camminare per i soliti 150/200 km. Ci aspettano dei templi scintoisti davvero molto belli con Blanka di Street Fighter a fare la guardia davanti ad ogni porta. Sul serio, Blanka è sputato una divinità buddhista. Il tour prosegue tranquillo tra statue d’oro e uccelli ricamati ovunque fin quando Simone, che s’è pure studiato una guida, non mi invita ad entrare in un piccolo tempietto. Mi dice che battendo le mani all’interno è possibile ascoltare il pianto di un dragone. E allora entriamo, e facciamo piangere sto dragone – pensiamo. Solo che, quando prova a battere le mani, spunta un energumeno di 600 kg che gli da un cazzotto su una spalla per farlo smettere. Le mani, è questa la regola, può batterle solo lui. Veniamo allora invitati ad uscire. Perché è un posto sacro, che cavolo, e perché all’uscita c’è qualche monaco che vende souvenir e medagliette. Magari mi sbaglierò, ma a me è parso che il dragone ci stesse ridendo in faccia mentre ci allontanavamo. Ancora più avanti incontriamo un monaco che cuoce braciole di maiale su un altare. Fortuna che, due secondi dopo, un altro monaco pulisce il tutto passando l’aspirapolvere.

Forse per purificare l’anima, forse solo per togliere le briciole di pane di qualcun altro. Il giretto religioso termina con Luca e Simone che comprano collanine di cui non capiscono il significato. Perché aò, son spirituali stì buddisti, ma se gli lanci una moneta sono più felici. Luca festeggia la sua 600.000 sigaretta da quando è in Giappone fumandosi la 600.001 e la 600.002. Fidatevi che non lo volete sapere a quanto è arrivato alla fine del viaggio.

Prendiamo un altro treno e raggiungiamo il nostro nuovo albergo. O meglio, raggiungiamo una zona isolata e deserta con due case, una in fiamme e l’altra pericolosamente vicino a quella in fiamme. Ci accoglie Akira, una caricatura da telefilm di un giapponese. É così buffo che ci vien voglia di prenderlo a schiaffi sul collo. Ma non lo facciamo perché ci offre subito una bella tazza del suo schifoso tè

verde. Firmiamo alcune carte e, terrorizzati, lo seguiamo per qualche centinaio di metri mentre ci conduce alla casa dove passeremo la notte. A questo punto della storia siamo moderatamente terrorizzati. Eppure Akira, nanetto spiritoso, ci stupisce con una casupola sinceramente tipica con porte scorrevoli, collegamento wi-fi e bagno confortevole. Più tranquilli, gli chiediamo di un posto dove poter mangiare. Lui prende una mappa disegnata a mano e ci segnala un sacco di posti dove si mangia dell’ottima carne, dove si balla fino a notte tarda e dove c’è il 3×2

sui pompini. Solo che, ma questo lo dice sempre un attimo dopo, sono dall’altra parte del mondo o esplosi durante la seconda guerra mondiale. Ci restano solo due alternative: sushi a domicilio o steak house. Akira parla un inglese decente, ma non riesce a dire giovedi. Così per 30 minuti continua a ripeterci che la steak house è chiusa il sabato e non possiamo andarci di giovedì. Che noi si cerca di capire, con tanta buona volontà, ma mica è facile. Alla fine ordiniamo due camion di sushi e sei ettolitri di birra. Cavolo, per colazione neanche l’abbacchio ci avevano dato quella mattina, dovevamo recuperare. Luca, che da qualche giorno è

imbronciato con un tale coriandolo che sente in ogni pasto, si rifiuta di mangiare cibo privo di nicotina e, per la gioia di Tommaso e Simone, io non sono un aficionado del pesce. Scartiamo l’ipotesi tv visto che il monitor a disposizione nella camera è di circa 4 pollici (in una parete che ne ospiterebbe comodo un 40.

Mi dicono sia una scelta di design, per me è la scelta di un imbecille) e ci lanciamo nel più mascolino Texas hold’em. Oddio, Tommaso non sa nemmeno distinguere tra le picche e i fiori, quindi ci liberiamo di lui con una scusa. Al posto delle fiches, Simone si mette a contare 50 chicchi di riso per ciascuno. E il riso deve costare un sacco ultimamente visto che, a fine serata, avrà perso una decina di euri. Ok, non era la sua serata considerando che quello fortunato ero io e che Luca ha messo in cantiere una scala reale al K. Tommaso, con il suo solito tatto da lavandaia azteca, spiega il tutto con la presenza di nigeriani in Finlandia, ma forse è meglio se non vi spiego bene il tutto. Oh, s’è fatto tardi, andiamo a dormire.

7 – LA GRANDE TOKYO
Dopo tanto peregrinare torniamo nella meravigliosa Tokyo. In Giappone siamo andati solo per farla vedere a Tommaso dopotutto. Siamo uomini, ma prima di tutto nerd, ed è inevitabile che la nostra prima tappa sia Ahikabara, il quartiere dell’elettronica. Che poi potrebbe pure essere il quartiere del porno e nessuno avrebbe nulla da dire. Perché i videogiochi, se ci sono, sono ai primi due piani, poi seguono intere palazzine di hentay, pupazzi molesti e costumi da pornodive.

Portandoci dietro un paio di esseri umani normali, io e Tommaso rinunciamo alle vecchie cartucce e alle limited edition d’annata per infilarci in un grosso centro commerciale. Mi colpisce la quantità esagerata di software per 360, probabilmente proprio perché non se lo compra nessuno. Ah, quasi dimenticavo, ci facciamo pure un giretto in una palazzina dedicata al fetish in ogni sua forma.

Luca, liberi di non crederci, riuscirà a comprare souvenir anche qui dentro. Ci infiliamo nel nuovo Club Sega e non possiamo non ammirare una sorta di museo dedicato ai vecchi cabinati. Gatsu prima batte un giapponese in SFIV dimostrando di essere un abile giocatore, poi si ricorda di essere una pippa e si fa asfaltare dal secondo. Mangiamo una cosetta veloce e ci dirigiamo a Ginza, il quartiere della moda. Che sia un quartiere per ricchi lo si capisce subito. Qui i giapponesi parlano inglese, vestono a modo e le donne hanno le gambe dritte. Simone ferma una ragazza che ci consiglia un locale con birra a basso costo. Il locale è carino, la birra è a basso costo sul serio, ma all’interno c’è più o meno tutta la popolazione di Treviso. Rimandiamo la birra ad un posto più vicino al nostro ostello. Alla stazione una donna ubriaca si avvicina a Simone e comincia a parlottare toccandolo. Ma non è solo ubriaca, è distillata. Barcolla, straparla e ci insegue come un cane abbandonato. Riusciamo, a fatica, a seminarla indicandole scoiattoli che non esistono. Oh, era brutta e vecchiotta, mica siamo così scemi da non approfittare di una donna ubriaca. Troviamo un paio di locali per bere e tutti e due ci fanno segno di essere chiusi. Solo che sono aperti, la gente al’interno beve tranquillamente e noi non puzziamo abbastanza per meritare un trattamento simile. E vaffanculo eh, ero così arrabbiato che avevo voglia di lasciargli una mancia. Per fortuna i miei compari riescono a calmarmi e a impedirmelo. L’ostello non è certo il massimo. Le stanze sono piccole, le coperte vanno rivestite per non farsi mangiare dagli insetti e sulla metà degli oggetti c’è

un cartello che indica un guasto. Ci dovrebbero aspettare quattro singole ma, per un problema tecnico, ci sono solo due singole e una doppia. Poco male se la doppia non fosse una singola in cui infilare due futon. E non c’è nemmeno spazio a sufficienza per i due futon così io e Simone, che siamo i due pirla a perdere la conta, siamo costretti a metterli in parte l’uno sull’altro. No, non la paghiamo di meno questa stanza.

Il giorno dopo siamo più fortunati e il proprietario ci manda in un altro ostello delle vicinanze. Ci accoglie la solita vecchia d’ordinanza e ci mostra un ambiente pulito, carino… senza porte. Esatto, in tutto l’ostello non c’è una serratura ma sono ormai abbastanza giapponese da lasciare il portatile incustodito senza alcun timore. Ah, c’è pure un cane nel lavandino dove dovremmo lavarci, ma è un cane simpatico. Ci dirigiamo al quartiere delle ragazzine e degli uomini in gonnella. Sono le 12, quindi decidiamo di fare una colazione abbonante per non rovinarci l’appetito a pranzo. Finalmente riusciamo a degustare una tipica colazione giapponese con riso, alghe e altre sedici portate di dubbia provenienza.

Che poi è sempre tutto molto buono in Giappone, ma il sapore è sempre lo stesso per tutto quello che mangi. Superiamo una via piena di gente vestita strana e di neri spacciatori e ci incontriamo con Ito, ex cuoco di Luna Rossa, che ci guiderà per il resto della giornata. Simone sono giorni che ci parla di questa palazzina 109 con negozi per donne che dobbiamo assolutamente vedere così, senza crederci poi troppo, accettiamo di visitarla. Non prima di perderci Luca nell’incrocio più popolato del mondo. Lo ritrovo appollaiato su un trespolo a fumare una sigaretta a mezz’aria dopo 20 minuti buoni di ricerche e disperazione. Ma ora vi parlo di questa palazzina 109. No, ve ne parla il mio pene che non riesce a dimenticarla. Mai nella mia vita, nemmeno nella mia selezione di gang bang porno, avevo visto tanta patata di qualità concentrata in così pochi metri quadrati. È come se le migliori donne del Giappone venissero rapite dalle proprie famiglie e rinchiuse lì dentro per girare spot pubblicitari del paradiso.

Perché ve lo assicuro, lì dentro io potrei morire felice. Ne usciamo piuttosto stravolti. Fosse capitata in quel momento, la vecchia ubriaca della sera prima se ne sarebbe andata a letto più felice. Luca e Simone decidono di calmare i propri ormoni comprando canottiere al solito Oviesse. Un corredo nuziale si sono comprati in Giappone, altroché. Ito ci consiglia di mangiare della carne per pranzo e noi, a due ore dall’abbondante colazione, certo non possiamo rifiutare.

Nelle successive sei ore non facciamo altro che camminare. Attraversiamo l’intera Tokyo a piedi e poi lo facciamo una seconda volta. Camminiamo così tanto che Forrest Gump si chiede dove cazzo volessimo arrivare. Intanto Ito, che è molto più che un personaggio meraviglioso, ci allieta con simpatici aneddoti. Facciamo giusto una tappa a Roppongi, nel locale che Tarantino ha copiato per il suo Kill Bill. Che al locale di Tarantino non ci somiglia nemmeno poi tanto, ma nessuno di noi ha le forze per lamentarsene. Ito ha un ristorante italiano, è il suo giorno di chiusura, ma accetta lo stesso di portarci da lui. Facciamo giusto un giretto davanti la torre di Tokyo, qualche foto alla Beatles sulle strisce e nella città sbagliata e qualche posa da mafiosi per farlo divertire. Il locale è carino e, bisogna riconoscerglielo, mangiamo davvero da Dio. Anche cose semplici, ma tutte assolutamente deliziose. Tommaso è dispiaciuto per gli affari che non vanno troppo bene, però, e prova a suggerirgli di appendere un banner paypal all’entrata. Lo sapete, lui si sente molto un uomo del marketing. Laviamo i quattro cocci sporcati e abbandoniamo il locale e Ito che ci saluta come se non ci fosse un domani. Perché il domani, per noi, è lontano dal Giappone. È la fine del nostro viaggio, la mattina successiva la sveglia è di nuovo alle 5 per colpa di Tommaso, ma nessuno di noi vuole fargliela pesare a quel bastardo. Segue l’ennesima sveglia messa alla cazzo da me e un viaggio di ritorno comodo comodo senza imprevisti, ciccione e vento forza nove. È stato bello, pochi cazzi, dispiace voi possiate solo starvene a casa a leggere.

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