Leicester: il mostro e la paura

Ho lasciato sbollire. Mentre il mondo si entusiasma per un Davide che Golia lo ha battuto corpo a corpo, io ho aspettato che il sapore del successo mi sfuggisse dal palato. Perché la vittoria del Leicester può ridursi alla banalità di una puntata, 5000 a 1 hanno detto anche i sassi, solo per chi il calcio non lo ha vissuto ogni giorno della sua vita. Per gli altri, gli altri che non possono contare coppe e scudetti in doppia cifra almeno, il Leicester è un sorriso sghembo sulla faccia, un premio a tutti i poveracci che il proprio tifo e la propria passione la misurano solo col freddo in faccia e la delusione ricorrente. Orgogliosi di esserci comunque sognando giorni migliori. Il Leicester non dimostra che tutti possono farcela, ma è bello che uno almeno ci sia riuscito.

Eppure non riesco a togliermi di dosso l’odore della paura. Senza complottismo, senza il riscontro del campo, solo la certezza che i miracoli nel calcio, ancor più che nella vita vera, non accadono e, se anche accadono, sono tutto fuorché miracoli. Vorrei gettarmi nella mischia insieme a Renzi, festeggiare insieme ai ragazzini ubriachi di birra e incredulità visti ieri notte nei pub, ma il mostro che vive dentro di me ha il terrore di svegliarsi deluso prima o poi. Come quando il suono assordante di una sveglia ti strappa al migliore dei sogni. Più ci penso e più tutto questo non ha senso, miliardario o no al comando. Non ha senso che un centrale barzelletta diventi il pilastro di una squadra costruita sulla solidità difensiva, non ha senso che tutte le grandi cadano all’unisono senza un terremoto, non ha senso che tutte le farfalle escano così in fretta dai loro bozzoli e non ha senso che nessuno abbia notato i segnali all’orizzonte. È il mostro, spero di ridere tra 100 anni delle mie paure, ma questo calcio mi ha insegnato a ragionare per quattrini ed è colpa sua se non riesco più a sognare oltre la siepe.

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