NBA Preview – Eastern Conference

Dovete perdonare la mia ingiustificabile assenza da queste pagine, ma come alcuni di voi sapranno sono impegnato a farvi diventare ricchi, ed ho preferito dare priorità a quello per ora.

Finalmente, dopo mesi di sport inutili come il baseball ed il calcio, riprende la NBA, ed eccoci qui con le consuete previsioni per la stagione.

Non analizzerò tutte le squadre, ma solo quelle che mi interessano per motivi disparati.

Oggi parliamo di Eastern Conference

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Miami Heat
Ancora di più dei Cavs, la squadra che mi intriga di più a Est per la stagione regolare.

Lo starting 5 è di primissimo livello, ed anche se sono un po’ “corti” i primi due-tre che entrano dalla panchina potrebbero essere titolari in molte altre quadre: Wade, Bosh, Dragic, Deng e Whiteside fanno paura a tutti; Gerald Green, McRoberts e la matricola Winslow sono giocatori di primo livello, soprattutto ad est.

Gli Heat sono stati molto fortunati nel vedere Winslow cadere cosi in basso nel draft (era pronosticato tra i primi 5, è andato da loro al 10), e per il Rookie di Duke non poteva capitare squadra migliore: grande solidità societaria, veterani seri da cui imparare, poca pressione, esperienza fin da subito in una squadra da playoff.

Spolestra è un ottimo coach, aiutato da un’infrastruttura di primissimo livello: essendo una squadra abbastanza vecchia non spingeranno troppo in stagione regolare, ma la pochezza dell’Est potrebbe comunque proiettarli in alto.

Bisognerà vedere quanto reggerà Wade, e non si possono permettere infortuni, ma non stupitevi di vederli in finale di conference con i Cavs.

Cleveland Cavaliers
La squadra è rimasta quasi immutata, con un Mo Williams e la statua di cera raffigurante Richard Jefferson in più.

Lebron è un anno più vecchio, ma rimane secondo me il miglior giocatore della NBA con distacco in ottica playoff, ed anche giocando col freno a mano vale da solo 50 vittorie.

Kevin Love avrà immagino voglia di riparare la sua immagine dopo un 2014-15 disastroso per lui, e la speranza è sia lui che Irving si interessino almeno parzialmente alla fase difensiva.

Entrambe le “seconde stelle” rientrano da infortuni, e sarà infatti interessante vedere come si inseriranno in una squadra che senza di loro aveva trovato una quadratura del cerchio, ad impronta ferocemente difensiva, che li ha portati alla finale.

Possiamo stare a farci tantissime pippe, ma alla fine il basket è uno sport molto semplice: se hai Lebron ad est, vai in finale NBA.

E’ cosi da cinque anni di fila, ed onestamente non vedo motivi per cui dovrebbe andare diversamente in questa stagione (sempre rimanga sano, ovviamente).

James, avendo iniziato nella NBA giovanissimo ed avendo giocato più di 100 partite a stagione spessissimo, è più “vecchio” di quanto l’anagrafe suggerisca: non può più permettersi di fare tutto l’anno a mille all’ora, ma ha imparato a gestirsi perfettamente, e nei playoff torna ad essere un’arma impropria, per flessibilità, visione di gioco, capacita di impattare la partita in mille modi diversi, ecc.

Ad Ovest si continua a giocare un altro sport, ma ad Est è una gara a chi arriva secondo.

Il resto è come sempre desolante, per cui dedico non più di due righe alle altre squadre che mi “interessano”

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Philadelphia, dopo due anni di trades e di auto-sabotaggio per assicurarsi scelte alte nel draft, si ritrova ancora con una squadra di merda, due giocatori che sembrano promettenti (il rookie Okafor e Nerlens Noel), ed in generale un futuro che appare ancora fosco.

Capisco che la strategia del GM Sam Hinkie fosse di puntare sulla statistica, ma quando fare schifissimo ti assicura solo una minima percentuale di probabilità in più di ottenere una superstella mi viene da pensare che certa gente faccia male il trade off tra rischi e benefici.

Milwaukee sembra, dopo un grande ringiovanimento, tornata al punto di qualche anno fa, solo con una squadra più giovane: troppo forte per scegliere in alto nel draft, troppo scarsa per arrivare veramente lontano.

L’unica variabile impazzita è Giannis “Greek Freak”, che a circa dodici anni è alto sei metri, corre come una gazzella ed ha un potenziale infinito sia in attacco che in difesa.

Non stupitevi se tra cinque anni parleremo della NBA di Davis, Giannis e Wiggins

Chicago non la dimentico, ma dopo tre anni di “meh” voglio vedere se Rose può davvero ancora avere un impatto sulla NBA prima di eccitarmi.

Washington invece mi piace moltissimo: vero, hanno perso Pierce, ma credo che i semi piantati dalla sua leadership cresceranno comunque, ed hanno Nene in un “contract Year”, cosa che per un centro talentuoso ma spesso svogliato può’ fare la differenza.

Squadra che secondo me può far divertire è Orlando, segnatevi Mario Hezonja tra i rookies, una specie di JR Smith bianco più atletico che può prendere fuoco segnando nove triple come schiacciare in testa a chiunque.

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