Rigorosamente a caso: The Shepherd’s Crown

“LA TUA CANDELA… TREMOLERÀ ANCORA UN PO’ PRIMA DI SPEGNERSI.
UNA PICCOLA RICOMPENSA PER UNA VITA BEN VISSUTA…
HAI RESO IL MONDO MOLTO MIGLIORE DI COME L’AVEVI TROVATO… NESSUNO PUÒ FARE MEGLIO DI COSÌ.”

Il 12 marzo scorso ci lasciava Terry Pratchett, e io non me ne sono fatto ancora una ragione.
Non credo di essere in grado di spiegare efficacemente quanta allegria quell’uomo abbia donato alla mia esistenza coi suoi libri. Quanta emozione, letteralmente, tracimasse immancabilmente dalle pagine ogni qual volta decidessi di tornare a visitare Discworld e i suoi strambi ma umanissimi personaggi. Non ho mai amato espressioni come “quel libro mi ha salvato la vita”, o “quell’autore mi ha cambiato la vita”, ma se Pratchett magari non mi ha cambiato la vita, mi ha cambiato sicuramente un bel po’ di giornate, e decisamente in meglio. E di certo mi ha salvato l’umore un numero imprecisato di volte. La qual cosa non sarà come salvare la vita a qualcuno, ma non ci va nemmeno troppo lontano, tutto sommato. Impossibile misurare quanto le sue parole abbiano influenzato la mia persona, ma in una scala da zero a infinito, così a spanne, direi che siamo in zona “un bel po’, cazzarola.”

Quando nel 2007 Pratchett rivelò al mondo di soffrire di una rara forma di Alzheimer, percepii un tale senso di ingiustizia da restare senza fiato. Da quel momento, è stato impossibile non avvicinarsi a ogni suo nuovo libro senza temere che potesse essere l’ultimo, senza chiedersi quali delle cose che in esso mi piacevano meno del solito fossero imputabili a questa “scocciatura” (embuggerance, come lui stesso la definì) che prima o poi ci avrebbe privato di uno degli scrittori più brillanti e intelligenti che abbia mai avuto la fortuna di leggere. The Shepherd’s Crown è davvero l’ultimo libro di Terry Pratchett, e l’ultimo romanzo di Discworld (nella speranza che sua figlia Rhianna non venga meno alla parola data), e pur volendo non si riesce a non leggerlo come una lettera di addio. Non foss’altro che la storia si apre con il commiato di uno dei personaggi più amati dell’intera saga, un evento che non può che avere ripercussioni pesantissime sulla vita di Tiffany Aching, la protagonista. È in buona parte un libro sull’accettazione della morte e sulla necessità di andare avanti, costruendo per se stessi un pezzo, anche piccolo, di stabilità da cui ripartire. Per Tiffany sarà quel capanno da pastori. Per noi lettori, probabilmente, le ore di gioia e i ricordi donatici negli anni da quei 40 e passa libri a cui potremo sempre tornare, nella consapevolezza che altri non ne verranno.

shepherds

Non è nemmeno lontanamente uno dei libri migliori di Pratchett, ma sarebbe stato sciocco aspettarsi che lo fosse, trattandosi sostanzialmente di un’opera che l’autore non ha avuto il tempo di sottoporre al necessario lavoro di rifinitura. Per tacere, ovviamente, della malattia in stato avanzato che non può non aver lasciato il segno. Ci sono sottotrame solo abbozzate, personaggi ed eventi spesso poco “vivi” e vividi, il pathos latita. È anche un libro in cui si ride poco, tutto sommato. Ma alcune pagine riescono comunque a ricordarci chi o cosa sia stato Terry Pratchett: un uomo capace di scrutare nei meandri della condizione umana attraverso lo specchio deformante dell’ironia, esponendone le idiosincrasie e le contraddizioni, ma senza abbandonarsi mai al cinismo. Ecco, se c’è una cosa che non potrei tollerare per me stesso è di diventare cinico. Misantropo, pessimista, quello che vi pare. Ma cinico no. E se non lo diventerò mai, come spero, in qualche misura sarà stato anche merito del buon Terry, che tante volte mi ha ricordato che in quell’abisso di oscurità e incertezze che può essere l’animo umano si nascondono sempre i barlumi della grandezza. O per lo meno della decenza, che spesso e volentieri è tutto quel che serve.

The Shepherd’s Crown non è chiaramente un libro che consiglierei a chi Pratchett non l’ha mai letto, e d’altro canto i suoi fan lo leggeranno sicuramente. In buona sostanza, è un libro che non ha senso recensire. Perché mi sono messo a scrivere ‘sto papiello senza costrutto, allora? Non ne sono sicuro. Sarà perché, quando ho metaforicamente chiuso il libro sull’ultima pagina, non ho potuto non pensare a quel viaggio in aereo, un numero ormai imprecisato di anni fa, durante il quale lessi il mio primo Pratchett, Equal Rites. “Carino, ma niente di eccezionale,” pensai all’epoca, ma per fortuna avevo già comprato altri due libri suoi. Qualche settimana più tardi, quando finii di leggere Wyrd Sisters, il mio pensiero divenne: “Dove sei stato fino a oggi, Terry? Benvenuto nella mia vita. È un po’ noiosa, ma sono sicuro che ci troveremo bene assieme”. Equal Rites viene citato in The Sheperd’s Crown, e quindi per me, mentre fissavo lo schermo del Kobo Glo, incapace per lunghi secondi di dare quell’ultimo tocco che avrebbe fatto registrare il libro come finito, letto, concluso, è stato un po’ come chiudere un cerchio. Un cerchio che potrebbe trasformarsi in un vuoto difficile da colmare, per cui ho sentito il bisogno di parlarne con qualcuno, metaforicamente. Portate pazienza, e se proprio vi avanza una pacca sulla spalla, mandatela da queste parti. Ma soprattutto, se non avete mai letto nulla di Pratchett, lasciate stare le chiacchiere a vento di quest’uomo, triste come se avesse perso un amico, e comprate un suo libro. Magari non uno dei primi, ancora acerbi. Quelli si possono recuperare in seguito. Wyrd Sisters andrà benissimo, o Guards! Guards!. Poi mandate i ringraziamenti allo stesso indirizzo delle pacche sulla spalla.

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