Quel Qualcosa che mi Spinge a…

Ivan Fulco me ne ha ritrovati una bella parte, ringraziate, e io vi rigiro alcuni dei miei Politically Incorrect, i primi editoriali che qualcuno ha mai avuto il coraggio di farmi scrivere. Uscirono su The First Place quindi per una volta è possibile che siano scritti in italiano corretto, ma non vi ci abituate troppo. 

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Quel Qualcosa che mi Spinge a… (Pubblicato l’ 08/04/2005)
Tutte le uscite della rivista Videogiochi, proprio tutte, mi prendo la mia bella paginetta di Matteo Bittanti e me la leggo. Non importa se io, alla fine del testo, sia sempre consapevole di non averci capito un cazzo. Perché lo so che è colpa mia, non sua. Il suo delizioso modo di esporre usando termini non comprensibili da menti umane come se stesse parlando di rutti e scoreggie mi attrae tanto da non poterne fare a meno. Sia chiaro, non sto ironizzando, io adoro quell’uomo: compro riviste di PC delle quali non mi importa nulla solo per il gusto di leggere le sue due pagine, e pure se ogni volta mi sento sempre più stupido, io voglio leggerne altre…

Sto giocando Yoshi Touch, un brillantissimo puzzle game, e non un platform sia chiaro, di quelli maledetti, quelli che ti fanno dire “solo altre 12 ore e poi smetto”. Così mi ritrovo a pitturare nuvole per salvare un tipo in pannolino. Cristo, a sedici anni sognavo Debora Caprioglio e Claudia Koll, quand’è che la mia vita ha svoltato verso il disegno di nuvole? Perché la cosa grave è che mi piace, mi piace ripetere 200 volte lo stesso livello per fare più punti, e se pure alcune volte duro due secondi ci sarò sempre, pronto a ricominciare.

Ho un Game Boy primo modello in bagno, proprio sotto il portasciugamani. Saranno quindici anni che è lì, e da quindici anni non gli ho mai cambiato una cartuccia. Me l’hanno regalato con Tetris e morirà con Tetris. Il Game Boy Advance e il DS dovranno sudarselo quel posto, perché Tetris è il gioco perfetto, pure in bianco e nero, quasi verde, è quattro cose da imparare che non puoi mai dimenticare. Da 10 anni però gioco a Tetris come ‘nome attore’ cammina su di un marciapiede in Qualcosa è cambiato, da malato. Inizio una partita e cerco di fare solo 4 righe, il Tetris appunto. Non importa se ne ho già fatti quindici o venticinque e se ho totalizzato il mio miglior record, “gioco finisce quando spezzo la serie”.

C’ho messo una vita a finire Silent Hill 2. E non perché fosse difficile, perché non reggevo lo stress. Tutte le volte mi chiudevo in camera, aspettavo che tutti andassero a dormire, spegnevo le luci, attaccavo la console allo stereo e solo allora cominciavo a giocare. Il premio per tutta quella preparazione era poco più di una mezz’oretta di gioco, il massimo che potessi permettermi senza impazzire. Sarebbe bastato giocare a mezzogiorno, con De Gregari alla radio con porta aperta e sole nella stanza per sbrigarmela in fretta, ma non mi è mai passato nella mente di farlo.

C’è qualcosa che mi fa funzionare male, qualcosa che mi fa comprare volumi di Ludologica che non sono all’altezza di leggere, qualcosa che mi fa giocare allo stesso gioco da quindici anni, che mi umilia obbligandomi a scarabocchiare con un infantile pennino su uno schermo toccabile, la stessa insopportabile cosa che mi fa giocare a luci spente, per aver paura, incapace di sopportare la tensione. E’ il videogioco, e non ho mai pensato di tornare indietro…

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