NBA Finals – Commento a gara due

Una dozzina di volte l’anno capitano partite che mi ricordano perché il basket sia lo sport più bello del mondo, una volta ogni due anni capitano partite che mi ricorderò per tutta la vita, ed una volta ogni dieci anni capitano partite in cui si cementa il dominio di un singolo su un’epoca di storia dello sport.

Quanto fatto ieri da Lebron James non accadeva in una finale da gara sei del 1998, quando un Jordan quasi senza benzina trascinò da solo alla vittoria una squadra che non ne aveva praticamente più, ed anche questo paragone probabilmente non rende giustizia al miracolo sportivo fatto ieri da King James.

Jordan aveva comunque Pippen e Rodman, ed anche se a mezzo servizio, quei due rappresentavano un immenso upgrade rispetto agli altri quattro figuranti che si alternavano in campo in maglia Cavs.

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Sempre per cercare paragoni storici, è dai tempi del three-peat dei Lakers che non ricordo un divario di talento cosi clamoroso tra due finaliste: giusto per fare un esempio, il determinante Matt Dellavedova (42 minuti in campo ieri per lui) non avrebbe visto il campo nemmeno un secondo se avesse indossato la casacca dei Warriors.

39 punti, 16 rimbalzi (!), 11 assist. Questo il tabellino mostruoso di Lebron, numeri che seppur irreali non rendono l’idea del  suo impatto totale sulla gara, psicologico oltre che (molto) fisico.

Nelle immagini pre-gara c’è stata una scena che esplicita benissimo cosa intendo: tutti in cerchio per il classico discorso motivazionale immediatamente precedente la partita, si vedeva Dellavedova guardare Lebron come un bambino di quattro anni guarda suo padre durante un momento di difficoltà.

In quel momento, per Matt, Lebron era un supereroe, e qualsiasi cosa era possibile al suo fianco.

Essendo io di professione un venditore, tendo a fare istintivamente molta attenzione al linguaggio del corpo delle persone, e mi ha davvero impressionato vedere un atleta professionista (gruppo di persone tra i quali anche i più scarsi hanno di solito una consapevolezza di se ed un’autostima elevatissime) chiaramente succube psicologicamente del maschio-alfa James.

Per usare una terminologia cara a Ken Il Guerriero, lo spirito combattivo di Lebron si è trasferito a tutta la sua squadra di pippe, rendendola meno inadatta alla situazione e dandole quindi una flebile possibilità di vittoria.

Dopo le meritatissime abbondanti fellatio riservate a Lebron, alcune note sparse sulla partita.

–  Mozgov continua ad avere un grosso impatto sulla serie: nella prima metà gara è stato il terzo miglior giocatore in campo (dopo Lebron e Klay), poi, complici alcuni aggiustamenti da parte dei Warriors e la reticenza da parte di Blatt a schierarlo contro i quintetti super-piccoli, è rientrato nei ranghi.

Di base sta vincendo il matchup con Bogut, cosa abbastanza impensabile prima dell’inizio della serie, e quello che impressiona maggiormente è il suo apporto offensivo.
Chiaramente non si tratta certo di Hakeem Olajuwon, ma ha finora dimostrato un’ottima capacità di leggere i raddoppi su James e “tuffarsi” verso il canestro per approfittare dello spazio concessogli.

–   Dellavedova è oramai  un’icona hipster: un po’ come già accaduto in precedenza ad altre pippe che giocavano con Lebron, il fatto che Dellavedova non stia facendo del tutto schifo era già motivo di entusiasmo tra i tifosi di Cleveland. Quando però inizia addirittura ad essere determinante, annullando l’MVP della stagione regolare (0 punti con 0-8 e 4 perse per Curry quando marcato da Matt), l’eccitazione sale alle stelle.
Al di la del fatto che Steph abbia sbagliato parecchi tiri che di solito entrano, non si può negare che l’australo-italiano (mi piaceva di più di italo-australiano) abbia fatto un lavoro egregio. Un vero mastino.
Tornerà molto presto sulla terra, ma è stato bello.

–  JR Smith è uno dei giocatori più stupidi che io abbia mai visto: rimane determinante perché è uno dei due giocatori rimasti ai Cavs che sappia giocare a basket in attacco, ma il ragazzo è veramente uno spot vivente contro il consumo di droghe leggere e di come ti friggano il cervello.
Il fallo su Curry in palleggio a 380 metri dal canestro a pochi secondi dalla fine e lo stupidissimo “and-one” regalato sempre nel finale hanno rischiato di costare a Cleveland la partita.
C’è un motivo per cui i Knicks hanno pregato mezza lega di prenderselo gratis non più tardi di pochi mesi fa.
Nelle immortali parole di Jeff Van Gundy (a proposito, non so con che commento le stiate vedendo, ma se potete fatelo in inglese, Van Gundy sfodera perle su perle) “dumb gets you beat”.
Non per forza se hai Lebron però.

– Steph Curry deve avere una partita in cui domina o rischia seriamente di danneggiare la sua immagine: in gara 1 è stato cosi cosi, ed i media americani lo hanno giustificato perché a) Golden State alla fine ha vinto, b) a fine quarto quarto ed in overtime ha fatto giocate determinanti e c) godeva giustamente di molto credito.
In gara due è stato impresentabile, con media al tiro da oratorio ed una generale impressione di non esserci mai.
Ok, a basket giocano anche gli avversari, ed abbiamo parlato sopra della grande difesa di Dellavedova, però Dellavedova cazzo.
Steph deve svegliarsi, che Golden State questa finale non può oggettivamente perderla, ma se dovesse perderla verrebbe crocefisso in sala mensa, giustamente.

L’impressione finora è che i Warriors, per varie ragioni, non siano ancora entrati in clima-finale e si siano fatti sorprendere da chi ha più esperienza di loro (ricordiamo che Cleveland = Lebron), come già successo coi Grizzlies, ma la differenza di talento mi pare davvero troppa; penso che già a partire da gara 3 l’ordine naturale delle cose si ristabilirà.

Pronostico aggiornato: sempre Warriors in cinque, massimo sei.

@AndreaAlfieriNY

2 commenti

    • Sono parecchio più forti secondo me, ed i numeri della stagione regolare parrebbero confermarlo.
      Questi Warriors hanno vinto più di sessantacinque partite, con un margine di vittoria medio pari a quello di squadre invincibili.

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