1° maggio a Milano: una prospettiva diversa

Un anonimo ci manda questo articolo sul primo maggio milanese e noi pubblichiamo. Perché noi sappiamo chi è, però pure se non ve lo possiamo dire. 

Gli scontri del primo maggio milanese sono ormai alle spalle, la cittadinanza si è riunita in un solidale corteo ed è andata a ripulire le strade e i muri rovinati dai vandali e l’eco della notizia si sta spegnendo lentamente sui media nazionali. E’ il momento giusto per analizzare alcuni aspetti di quello che è successo anche su Vitoiuvara.com da un diverso punto di vista. Ci sono un po’ di cose che questa storia ci insegna e che nessuno ancora vi è venuto a raccontare.

Nessuno informa, nessuno vuole essere informato
E’ ormai prassi talmente consolidata in Italia che nessuno ci fa più caso, ma le notizie che vengono raccontate su TV, giornali e siti internet sono sempre monche. Di solito c’è un accenno ai fatti e poi una lunga serie di resoconti sulle reazioni, le reazioni alle reazioni, i commenti, i moniti celesti di famosi personaggi politici e non sulla vicenda, seguiti poi da una carrellata di messaggi su Twitter e Facebook che danno il polso di quello che pensa la ggente sul web e basta. Ad esempio sui fatti del primo maggio nessuno ci ha raccontato *veramente* chi siano questi tizi che si sono messi a spaccare vetrine durante la manifestazione, nessuno ci ha detto perchè lo abbiano fatto, nessuno ci ha raccontato il contesto in cui si sono mossi venerdì, niente. Solo immagini di macchine in fiamme, che sono indubbiamente parte della notizia, e due giorni di dichiarazioni di politici e privati cittadini che condannano i fatti con diverso grado di ferocia.

Libertà di stampa

Nessuno è informato, ma tutti hanno la loro da dire
Sono probabilmente sfortunato, ma le timeline dei Social Network che seguo sono state invase da messaggi di gente che offriva la sua personale, e spesso graniticamente inscalfibile, verità sui fatti. Ovviamente le versioni differivano a seconda delle simpatie politiche, si passava da chi condannava la manifestazione nella sua interezza, a chi parlava di infiltrazioni fatte ad arte dalla polizia, a chi parlava di esemplare gestione dell’ordine pubblico, a chi rideva pensando che tra dieci anni i ragazzini che ieri spaccavano tutto faranno le rate per comprare una macchina loro stessi. La cosa interessante è che chi ha fatto questi commenti, nell’ordine, non conosceva le ragioni della protesta (e mai le conoscerà, perchè nessuno ne ha davvero parlato), non ha visto chi ha scatenato gli scontri tra infiltrati e veri teppisti (nessuno ha mostrato come sia partito effettivamente il tutto), non è esperto di gestione di ordine pubblico e non sa chi siano effettivamente gli incappucciati protagonisti della storia e quindi non può affermare con sicumera che compreranno una macchina tra 10 anni (io non ho mai spaccato una vetrina in vita mia, ma vivo da 35 anni senza aver acquistato nessuna macchina).

Dai fatti di venerdì emerge con sempre più chiarezza che nonostante la quantità di informazioni che abbiamo a disposizione, la ricerca della verità dei fatti è un’operazione compiuta ancora da troppe poche persone, con il risultato di renderci uno dei popoli più ignoranti d’Europa. Nonostante la nostra ignoranza però, abbiamo tutti una grande urgenza di far sentire la nostra opinione, come se questa fosse realmente importante. Beh, mi spiace amici, ma non lo è.

Il popolo vuole giustizia
Durante gli scontri TgCom intervista un ragazzetto che dichiara in modo confuso il suo appoggio ai teppisti che hanno sfasciato la città con motivazioni piuttosto incomprensibili e con evidenti difficoltà di espressione. L’intervista diventa rapidamente virale, su social network si sprecano i post di insulti e minacce al ragazzetto. L’intervista diventa virale, nascono e si moltiplicano i gruppi che su internet deridono, se non peggio, il ragazzo che si vede costretto a rilasciare un’intervista in cui chiede scusa per le sue parole e che viene commentata con vagonate di ulteriori insulti e minacce. Anche il padre del ragazzo rilascia un’intervista in cui chiede scusa per il figlio, dandogli dell’imbecille a mezzo stampa e ottenendo ulteriori insulti e minacce di commento.

Insulti e minacce, insulti e minacce, insulti e minacce a un ragazzetto che, a parte parlare al microfono di un giornalista furbo e fumare qualche bomba di troppo in una situazione in cui avrebbe dovuto essere lucido, non ha fatto assolutamente niente. Invece un trionfo per un giornalista che ha fatto ottenere milioni di click al sito per cui lavora grazie alla sua intervista, un trionfo alle spalle di un ragazzo scemotto a cui tutti abbiamo partecipato senza provare un briciolo di vergogna agitando i nostri forconi virtuali.
C’è anche da dire che, fortunatamente, la cosa sta ora prendendo una piega più divertente, con il tizio ormai protagonista indiscusso dei meme dell’internet nostrano insieme alla popputa che si faceva i selfie davanti a una macchina bruciata. Una risata, come al solito, ci seppellirà.

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Ci manca prospettiva storica e la capacità di quantificare la portata degli eventi
“Non ho mai visto una cosa del genere” raccontava un anziano passante parlando degli scontri. Ecco, il signore evidentemente non ha buona memoria o abitava in zona da troppo poco, perchè negli anni ’70 manifestazioni del genere erano all’ordine del giorno, ma non solo, la foto simbolo degli anni di piombo è stata scattata proprio in quelle esatte vie in cui sono successi i fatti del primo maggio. Un link per chi non sapesse a che cosa mi sto riferendo.

Conoscere il passato permette anche di dare la giusta portata agli eventi, è abbastanza singolare infatti che nei racconti giornalistici dei fatti di venerdì scorso manchi spesso il resoconto dei danni. La sensazione è che i danni fossero relativamente contenuti rispetto ad altri casi del genere, penso per esempio al G8 di Genova, ma anche ai danni fatti dai tifosi del Feyenoord a Roma pochi mesi fa. Chiaramente se fossi uno degli sfortunati a cui hanno bruciato il negozio o la macchina la mia prospettiva sarebbe diversa, ma per fare un analisi sensata degli avvenimenti bisogna guardare ai dati globali, non al dramma del singolo. Nessuno però lo fa, tutti pensano “e se la macchina fosse stata la mia?”, col risultato che la verità dei fatti, ancora una volta, finisce travolta in fiumi di parole al vento.

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Le responsabilità dei manifestanti
Un altro trend di grande successo sui social era la dissociazione di chi avrebbe voluto protestare “Sono con chi protesta, ma mi dissocio dai violenti”. Ogni volta che leggevo un messaggio del genere, dentro di me si levava inarrestabile e leggera una sensazione un po’ come di “esticazzi?”. Riflettendoci un attimo però, è evidente almeno dal 2001, che la manifestazione di piazza perde spesso ogni utilità politica prestandosi di contro a facili strumentalizzazioni della parte avversa. Le manifestazioni, quando va bene, si svolgono pacificamente ma vengono ignorate da chi decide, quando va male, vengono infiltrate dai vandali che ne oscurano le ragioni agli occhi dei media. Probabilmente eventi di piazza come quello del primo maggio vanno in qualche modo ripensati se si vuole che siano realmente efficaci. Personalmente, ammetto di non sapere quale potrebbe essere il modo di ripensarli, ma è evidente che fatti del genere tolgano alle ragioni della protesta ogni potenzialità e la capaictà di generare reali effetti positivi. Se si vuole protestare, bisogna organizzarsi meglio, avere in mente un chiaro obiettivo politico da ottenere ed essere molto determinati nel raggiungerlo, pacificamente. Andare in piazza a caso, senza avere idea di quello che si vuole a parte un generico protestare contro un sistema che non ci piace, crea gruppi non coesi, facilmente infiltrabili e difficilmente controllabili, con i risultati che abbiamo visto venerdì.

Concludendo, un consiglio, quando ci sono avvenimenti di questo genere, prima di ingolfare i Social Network con i vostri commenti di cui non frega niente a nessuno, verificate sempre le fonti, informatevi il più possibile e cercate di capire quello che sta davvero accadendo. Il vecchio adagio “Think for yourself, question authority” è sempre valido, soprattutto in questi tempi difficili di crisi economica e sociale e di mancanza di rappresentanza dei nostri interessi a quasi tutti i livelli.

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