La Battaglia per il Platform 2D

Ivan Fulco me ne ha ritrovati una bella parte, ringraziate, e io vi rigiro alcuni dei miei Politically Incorrect, i primi editoriali che qualcuno ha mai avuto il coraggio di farmi scrivere. Uscirono su The First Place quindi per una volta è possibile che siano scritti in italiano corretto, ma non vi ci abituate troppo. 

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La Battaglia per il Platform 2D (Pubblicato il 28/02/2005)
A soli 128 bit ci lascia, senza preavviso e senza nemmeno un cazzo di motivo valido, il platform colorato. Ne danno il triste annuncio tutti quelli che ancora lo amano e che per anni lo hanno finanziato.

A 3 anni, incazzato come un sole sardo, battevo i piedi a terra davanti alla porta dell’asilo e gridavo “io non ci voglio stare a questa scuola!”. Ora, incazzandomi per molto meno di un’istruzione obbligatoria, decido di iniziare la mia battaglia dei mulini a vento contro chi ha deciso che nel passaggio dal 2D al 3D il platform dovesse diventare, e cito testualmente dal mio cervello malato, “un FPS con un paio di pirla che saltano pure”. Sta storia della convergenza di generi è una cazzata. Mario non ha dovuto prendere nessunissima patente e nessun fottuto porto d’armi per essere il miglior platform di questa generazione.

Senza fare i soliti paragoni con il cinema, ma facendoli, mi rendo conto che il successo di quel medium è nella sua diversificazione dei prodotti. Metti che oggi voglio farmi due risate nonché vedere un film di merda nonché buttare 7,50 euro, mi vado a vedere la famiglia Vanzina. Metti che voglio un film d’azione, senza troppe pretese ma che mi diverta per un paio d’ore, mi vado a vedere il solito inutile colossal americano. E metti che mi voglia vedere un film intelligente, noioso da far sanguinare i testicoli, lungo da provocare sonnolenza e con messaggi profondi e filosofici, rimango a casa e risparmio i soldi.

E’ tutto così semplice e immediato, non c’è nessuno stronzo laureato in marketing che decida che i personaggi Disney venderebbero di più se drogati o almeno alcolizzati. Ma questa volta no, non ce la farete. Avete ucciso il beat’em up a scorrimento solo perché aveva cominciato a rompere le palle ma non la scamperete questa volta. Non permetterò al sangue e alle luride carcasse di mostri bavosi di entrare a fungolandia e non sostituirete le scintillanti monete con i vostri insignificanti proiettili. Non sostituirete splendidi paesaggi verdi con fumose metropoli che obbligano alle targhe alterne il giovedì. Verrete distrutti a base di doppie porzioni di menù messicano di McDonald se tenterete di farlo.

Probabilmente non basterà, continuerete ad inzozzare le calme acque del paese dei salti perché è quello che vogliono i videogiocatori. Quello che volete voi. Stanno solo realizzando i vostri desideri, la vostra voglia di personaggi più dark, il vostro bisogno di convergenza. Howard Talay, perdonatemi se non l’ho scritto nel modo corretto, diceva che “il mercato, pure nelle sue manifestazioni più assurde e irrazionali, è lo specchio del bisogno del consumatore e i grandi fallimenti dell’industria moderna non sono solo dovuti a scelte affrettate e poco razionali, ma anche all’obbligo di dover anticipare le reazioni del pubblico col rischio di mettere in commercio un prodotto non ancora pronto a soddisfare le esigenze immediate” (L’azienda, l’economia globale e i principi contabili nazionali – Editore Laterza – 2004).

Magari ha ragione, in realtà Jak and Daxter 2 è quello che vogliamo per il nostro futuro oppure le software house se lo sono inventato il vostro bisogno di convergenza, così come io mi sono inventato Howard Talay e il suo libro.

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