L’amore ai tempi di GT Legends

Outcast

A cura di Lorenzo Antonelli

Ludophìlia (con l’accento così) non è una malattia venerea, ma una rubrica di approfondimento che corrobora mente e joypad, curata da uno che l’avrebbe addirittura voluta intitolare “I Love Naomi Kyle”.

Al diavolo le oziose pomposità di Forza Motorsport! Altro che quell’approssimativa sciocchezza nipponica di Gran Turismo! Fanculo il tuning, i festival, il voyeurismo automobilistico, il NOS e tutto il resto. GT Legends, in vendita su Steam per meno di cinque miseri euro, è per me da principio un nuovo Nautilus del guidare virtuale. Risponde a un gusto del romantico in senso magico.

Ciò che offre il prezzo fisso della compagnia del vapore è piuttosto una filosofia che un racing game. È visibilmente esaltazione della lamiera, del metallo, dei vetri e della radica di noce. È per questo che in esso, più che la sostanza, interessano le giunture, i cruscotti, i piccoli display posticci e gli abitacoli rudimentali. Con il simulatore di SimBin, in pratica, si passa da un ordine della propulsione artificiale a un ordine del movimento, da un ordine del motore a uno dell’organismo.

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