Super Bowl XLIX – Brady e gli squali danzanti

Quando quattro anni fa sono arrivato in America, ero come tutti stupefatto dall’attenzione che questo popolo riserva a questa attività decisamente aliena. Voglio dire, chi mai si potrebbe appassionare ad uno sport in cui uomini muscolosissimi e dopati di steroidi fino ai capelli si colpisce con ferocia ad ogni pie’ sospinto quando abbiamo Il calcio in cui gente poco maschia rantola al suolo come se fosse stata colpita da un cecchino ogni volta che viene sfiorata? Come godere di una lega in cui negli ultimi dieci anni ci sono stati sette vincitori diversi (e tutti tranne New York e New England provenienti da mercati minori) quando abbiamo il calcio che ha visto gli ultimi 8 scudetti su dieci divisi tra due squadre (più uno non assegnato causa ruberie)?
Il football e’ una figata, rassegnatevi, e la partita di domenica ne e’ stata ennesima dimostrazione.
Da una parte Seattle, forte di una delle difese piu’ impenetrabili della storia, uscita da una partita bellissima e senza senso contro i Packers. Dall’altra New England, con la coppia coach-quarterback Belichick-Brady a giocarsi il titolo di miglior combo di sempre.
Ne e’ uscita una partita che rappresenta perfettamente l’essenza stessa del football: tirata, violenta, imprevedibile, baraccona e sempre in bilico fino agli ultimi secondi.
I Pats, come atteso, non sono mai riusciti ad avere un running game decente (un conto e’ distruggere i morbidi Colts, un altro e’ andare contro Wagner e soci), e la secondaria di Seattle ha limitato i suoi principali ricevitori, con un Gronkowsky da nemmeno 70 yards. Mi avessero detto che sarebbe andata cosi da quella parte del campo, avrei previsto Seattle facile, ma Brady ha invece sfoderato una prestazione d’altri tempi (letteralmente, il ragazzo ha 37 anni ed aveva vinto il suo ultimo Superbowl dieci anni fa), andando 37/50 ai lanci per 328 yards, quattro touchdown e due interceptions.
Una prestazione semi-irreale nella sua globalita’ (il primo intercetto a parte), soprattutto contando che a parte Julian Edelman, in attacco non ha ricevuto grande aiuto da parte di nessuno.
Edelman dicevamo. Dopo Brady e la sua offensive line (sempre sottovalutata, nonostante nessun quarterback riesca a fare una bella figura senza una offensive line dominante a proteggerlo) l’eroe e’ lui, con una ricezione chiave su un 3rd e 14 in cui e’ sopravvissuto ad una chiarissima concussion derivante da una collisione devastante con Kam Chancellor (una specie di mostro a tre gambe che gioca per Seattle), senza la quale non avrebbero segnato i punti poi rivelatisi decisivi.
Che dire invece dei Seahwaks?
Bisogna rendere onore a questa squadra eccezionale: nessuna compagine nella storia recente aveva mai vinto una sola partita di playoff dopo aver vinto la coppa, mentre i ragazzi guidati da Pete Carroll sono addirittura arrivati ad un soffio da un clamoroso BIPLETE. La sconfitta deve bruciare particolarmente, perché Seattle ha avuto tutte le caratteristiche tipiche dei vincitori: uno sconosciuto che sbuca dal nulla e fa giocate decisive (Chris Matthews, che sei mesi fa lavorava ad un Footlocker); una partita miracolosamente vinta prima di arrivare al Superbowl (contro i Packers); una ricezione miracolosa/botta di culo che li ha portati ad un passo dalla vittoria (Kearse che recupera un pallone che gli rimbalza sulla pancia e sulle gambe), scena che ha fatto venire sudori freddi ai fan dei Pats e gli ha fatto tornare in mente il mitologico Helmet Catch .
Alla fine pero’, con i Seahawks ad un passo dalla vittoria, l’intercetto di un altro sconosciuto (tale Malcom Butler) ha chiuso i conti e portato Brady, Belichick e Vince Wilfork (quello grasso) nella leggenda.
Dovro’ quindi rassegnarmi al calcio? No, per fortuna ora entra nel vivo la NBA.

@AndreaAlfieriNY su twitter

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