Walter: Una Storia di Natale su Rimworld

PREMESSA

Se non sapete cos’è e come funziona Dwarf Fortress, spiacenti, tornate su Google e pigiate di nuovo “Mi sento fortunato”. Se invece sapete cos’è e come funziona Dwarf Fortress, saprete anche che la curva di apprendimento ripidissima, l’interfaccia utente complicata e la grafica iperessenziale sono i motivi per cui la gente ama questo curioso ibrido strategico/psicologico/gestionale alla follia, o lo odia incondizionatamente. Per la verità, quello che i detrattori tout court di DF non sono in grado di afferrare – che è poi quello che tiene viva la nutrita community di supporter di un progetto che a detta degli stessi sviluppatori non vedrà una versione completa almeno fino al 2031 – è la sua spiccata attitudine a fungere da generatore casuale di storie, spesso eccellenti storie. Perché sotto alle tabelle interminabili di parametri – utilizzate indifferentemente per descrivere le caratteristiche fisiche e psicologiche di un nano, come pure il livello qualitativo e il materiale in cui sono fatti i suoi calzini – e sotto a quei crudi caratteri ASCII – sostituibili con appositi tileset che ne rendono appena più comprensibile il riconoscimento dei soggetti rappresentati all’occhio – si nascondono personaggi epici impegnati in imprese ancora più epiche. Questo a patto che il giocatore abbia voglia di metterci un po’ del suo ed a patto che sia disposto a scavare, a fondo. Se l’idea vi intriga, ma non ve la sentite di confrontarvi con tutte le idiosincrasie del Dwarf Fortress originale, sappiate che da qualche tempo circolano dei cloni che cercano di riproporne la formula con una veste grafica più curata e con un livello di difficoltà più permissivo, ma non troppo. Tra questi merita certamente una segnalazione Rimworld, che pur proponendo una mappa di gioco sviluppata su un unico livello, riesce, grazie al dosaggio intelligente degli eventi casuali, a mantenere inalterata la sua attrattiva verso gli aspiranti story teller.

Che la vita sarebbe stata dura, nella Colonia, fu una cosa che Walter capì fin da subito. Infatti non era ancora finita la primavera che già si era trovato solo soletto.

Le tre donne, con le quali aveva lottato fianco a fianco per la sopravvivenza – e con le quali aveva segretamente fantasticato di mettere assieme un harem – portate via in meno di tre mesi dalla malnutrizione, dalle infezioni e dal dissanguamento.

Col servorobot medico irrimediabilmente danneggiato, avevano tutti scoperto nella maniera peggiore che i rudimenti della medicina e del pronto soccorso non erano tra i requisiti richiesti per i dottorati di fisica atomica, cibernetica e ingegneria aerospaziale.

Prima della dipartita delle tre sventurate, erano riusciti a recuperare i componenti ancora utilizzabili della navicella, ed erano riusciti a scavare una dimora autosufficiente, con tanto di corrente elettrica e di una stufa calda, nella nuda roccia di una collina a poca distanza da un piccolo stagno. Inoltre le tre donne avevano sgobbato sodo per progettare e fabbricare a Walter un’alleata preziosissima: Betty.

Betty era alta e minacciosa come la madre di Walter. In più, come la madre di Walter, parlava solo quando era necessario e i suoi discorsi erano brevi, rochi ed incisivi. Se ne erano accorti a loro spese i diversi animali selvaggi e gli occasionali predoni armati, fulminati nel corso dei mesi mentre provavano ad avvicinarsi nottetempo all’entrata della Colonia, attraverso il campo di patate e lungo la fila dei pannelli solari.

Grazie a Betty e alla sua austera eloquenza, le giornate di lavoro e le notti di sonno di Walter trascorrevano tranquille. Tranquille e solitarie.

Va detto infatti che, a parte la donna che si era unita al gruppo appena dopo lo schianto della navicella – e che ora giaceva con le altre nel piccolo cimitero al margine del bosco – nessuno dei membri delle carovane erranti, che ogni tanto arrivavano in visita da fortezze lontane, aveva voluto unirsi a lui nella Colonia.

Walter sospettava che la colpa fosse del suo carattere – era stato sempre un burbero e la solitudine prolungata non aveva certo migliorato i suoi modi – ma il vero motivo per il quale gli ospiti non si trattenevano mai a lungo era un altro. E si trovava nella sua dispensa, almeno in parte.

Le ricerche estenuanti di un mezzo per contattare le navi in orbita nell’atmosfera esterna e le ricerche estenuanti di un modo per affrontare l’inverno ormai imminente, avevano fatto trascurare a Walter alcune questioni più prosaiche, come il procacciamento e la conservazione del cibo. Per cui Walter si era trovato costretto, suo malgrado, a soddisfare i suoi bisogni quotidiani ricorrendo ai resti delle creature che Betty abbatteva durante le ore notturne.

I bufali erano stati i primi a diradarsi, seguiti a poca distanza dai cinghiali. Per la fine di luglio la sua dieta era composta essenzialmente da patate irrancidite e da qualche provvidenziale scoiattolo. Per cui, quando era da poco passato Ferragosto ed erano quasi cinque giorni che non mangiava, Walter decise di macellare il suo primo predone.

Poi, come per tutte le cose che portava avanti alla Colonia, anche quella divenne un’abitudine. Tanto che al volgere dell’autunno, per Walter divenne perfettamente normale avventurarsi all’esterno ed accogliere i sempre più saltuari ospiti, avvolto nel caldo del suo parka di pelle umana foderato in pelo di cinghiale.

Buffo: le uniche nozioni che Walter aveva sul cannibalismo, le aveva ricavate da antichi intrattenimenti non neuroindotti che avevano titoli curiosi come “L’insaziabile” o “Hannibal”. I divoratori di carne umana, in quegli audiovisivi a bassissima risoluzione, erano sempre persone dalla forza sovrumana che acquistavano la loro eccezionale vigoria fisica e la loro sorprendente resistenza alle malattie grazie al consumo dei propri simili.

Fu quindi con un senso di profonda ironia che Walter si rese conto, al volgere della metà di Dicembre, di aver contratto un virus alieno, particolarmente violento e debilitante. Con la diarrea e le emorragie che lo squassavano dall’interno, riuscì a trascinarsi a letto con un sovrumano, definitivo sforzo. E mentre fuori la neve cadeva e Betty cantava il suo canto d’addio, il suo ultimo pensiero andò al cenone di Natale che non avrebbe mai consumato.

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